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A volte ritornano

"...E il bene trionfò". Chissà quante volte mi è capitato di leggere libri di fantasia in cui questa era la conclusione. Eppure in troppi dimenticano che la realtà è ben diversa, e che un "finale" arriva solo dopo molte "storie". Quella di Arsil è una di queste...



UNA PACE DURATURA

Il regno di Silmaril viveva in pace oramai da parecchi decenni. I nemici non erano certo mancati in quel torno di tempo, ma escludendo l'inquietante nascita della tribù degli orchi e l'aumento del numero e della sfrontatezza dei vampiri, si trattava perlopiù di singoli individui (spesso alquanto bizzarri), che pur turbando la quiete pubblica non avevano mai costituito una reale minaccia. Ben diverso era il clima nei tempi passati, quando il terrore empiva i cuori degli abitanti di queste terre e per le strade pochi osavano avventurarsi per tema di essere assaliti selvaggiamente. E poi c'era quella cupa marcia che risuonava per le strade, per tacere della risata agghiacciante che eccheggiava dai monti fino alle valli...
Ma quei giorni erano distanti e pochi li rammentavano.

GIOIA E SPLENDORE

Come si è detto, regnava la pace e molte cose belle e meravigliose fiorirono e prosperarono. Nelle principali città la vita scorreva serena, i boschi divennero ampi e fitti, gli alberi crebbero alti e le loro foglie fremevano al vento: che gioia quando la luce del sole fa capolino tra i rami frondosi!
Monti, colline, fiumi e mari erano luoghi graziosi e amabili anche sotto la tenue luce crepuscolare. Eppure gioia e splendore erano inferiori a quanto ci si potesse aspettare. Gli umani pensavano troppo a loro stessi e poco agli altri; i nani se ne stavano nelle loro montagne interessandosi solo ai propri affari. Ma la delusione maggiore erano gli elfi: dov'era finita la loro arte e la loro bellezza, perché ignoravano le loro tradizioni, perché si erano ridotti a rustici folletti affatto dissimili dai Padri dei loro Padri? Possibile che ogni eco del loro antico splendore si fosse irrimediabilmente spento?

SUSSURRI NELLA NOTTE

All'improvviso cominciarono a girare strane voci. La maggior parte della gente non vi prestava orecchio, ché questa è la naturale reazione quando si ode qualcosa che non piace. In realtà molte cose erano state obliate, e tuttavia perdurarono, poiché le loro fondamenta non erano mai state del tutto distrutte. Si narrava di un'ombra che cresceva nei pressi dei grandi castelli, una tenebra più tenebrosa del tenebrore. Ma i tempi non erano ancora maturi affinché si rivelasse in tutta la sua spaventosa potenza.

IL MUTARE DELLA MAREA

A Midgaard intanto le cose proseguivano più o meno come sempre: gli abitanti continuavano a vivere nel modo frettoloso e spasmodico che li contraddistingue. Ahimè, perché non godersi invece quella fatata realtà e andare in cerca della felicità? E' un pensiero incoraggiante che tra le erbacce spuntino anche dei fiori, ma questi vanno accuditi con amore o la lunghezza della loro vita sarà inferiore a quella di una rosa. Ma la noiosa cittadina stava per subire un cambiamento radicale. Loschi individui cominciarono a frequentarla, per il momento limitandosi semplicemente a subodorare le usanze del posto e a studiarne strade e sentieri. Ma tosto la paura ritornò.
Fu solo quando assistette impietrito all'assassinio del curatore della principale città degli uomini che Arsil realizzò quanto stava accadendo. Il malefico artefice di quell'attentato non agiva per il suo personale diletto, come nella maggior parte di questi atti violenti, ma su commissione. Il suo nome era Tabris e presto il destino lo avrebbe fatto reincontrare col Signore Elfico.

L'OTTENEBRAMENTO DI MIDGAARD

Dopo essere andato in cerca di informazioni, il Cavaliere capì che le sue supposizioni erano esatte: non si sa come, non si sa dove, ma in un luogo remoto il Principe Giomadice, la più grande piaga che il nostro mondo abbia mai conosciuto, cedette le insegne e i simboli di potere dell'Ordine delle Tenebre al drow Shagrat, uno dei suoi principali araldi nei Tempi Oscuri. Egli era ora a capo dell'Ordine, ed al suo fianco, con l'appellativo di Barone, stava Kheyan.
Sarebbe scoppiata la guerra? Avvrebbero riacquistato la loro antica forza? Arsil doveva saperne di più per trovare le risposte.

IL PATTEGGIAMENTO

Galadriell comparve improvvisamente innanzi ad Arsil. Nonostante quella della maga fosse un'abitudine, l'elfo trasalì per la sorpresa, ma a colmarlo di stupore sarebbe stato il racconto che stava per udire. Galadriell era una fanciulla talmente generosa da risultare qualche volta ingenua: aveva richiesto una somma di denaro in cambio dei suoi incantesimi, ma una volta compiuto il lavoro, oltre a non vedere il denaro, le venne sottratto uno zaino a cui teneva molto. Ma la cosa più sconvolgente era l'identità del suo cliente: si trattava proprio di Kheyan! Arsil non si fece pregare per prestare il suo aiuto all'amica, ovvero scortarla e starle vicino durante le trattative nell'orrido luogo in cui si sarebbero svolte; ma intendeva anche, incurante del pericolo, sfruttare quell'occasione per farsi un'idea di come procedevano le cose nella nefanda gilda, il cui scopo ultimo è la messa a ferro e fuoco della capitale. Neanche a dirlo, la versione dei fatti di Kheyan era differente. Chi aveva ragione? L'elfo trovava quella situazione squallida e deprecabile, tentò tuttavia di far raggiungere un accordo alle parti ma con scarso successo.

LA SITUAZIONE PRECIPITA

Mentre si svolgeva la discussione, il Cavaliere lanciò un'occhiata furtiva alla sede della gilda: vide che vi si raccoglieva un grande arsenale, qualcosa di grosso era in ballo. Va ora detto che alla destra di Kheyan stava un altro tenebroso, emerso poco prima dalle tetre porte della loro roccaforte. Costui rimase silenzioso e vigile per tutto il tempo. La questione si era lentamente e faticosamente risolta nel frattempo, in modo non proprio soddisfacente, ma infine Galadriell vide restituito il maltolto e Arsil si tolse questo peso. L'indiscrezione dell'elfo non era però passata inosservata all'attento Kheyan, il quale consigliò di tenere i piedi fuori dalla loro sede e il naso fuori dai loro affari. Se c'è qualcosa che non manca ad Arsil è la temerarietà (anche se qualcuno la chiamerebbe imprudenza) ed egli si rivolse altrettanto duramente al Barone: "Potrei entrare nella vostra sede in un modo che non vi piacerebbe". A quelle parole, il compare del vampiro non seppe trattenersi, "Oh, che paura!", rispose ironicamente e il Cavaliere riconobbe l'uomo che aveva ammazzato il curatore davanti ai suoi occhi grigi.

L'AGGUATO

"Il vostro tirapiedi dovrebbe stare al suo posto", osservò Arsil.
"Potrei uccidervi con un solo colpo", sibilò Tabris.
"Ma è giovane, non baderò alle sue stolte parole", proseguì noncurante il primo.
Il Signore Elfico fu effettivamente ucciso; non con un solo colpo, beninteso, nessun mortale è in grado di fare una cosa simile.
Per grazia divina tornò in vita e, ritiratosi in un luogo sicuro, cominciò a meditare. Si rese conto infatti che le parole che avea pronunciate erano vuote, ma la cosa peggiore era che i suoi avversari lo intuirono. Come avrebbe potuto egli, ergendosi da solo, opporsi a quella forte compagine, composta da membri allenati, ben armati e spietati?
Questi cupi pensieri presero il posto di quelli abituali, dolci come miele, candidi come neve e allegri come il canto degli usignoli.


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