BACK

Luharion

PENNAS LUHARION
La vera storia di Luharion

Erano ormai molti giorni che cavalcavo senza sosta nel deserto di Rûn, diretto verso Est; la stanchezza cominciava ormai a farsi sentire e non sapevo se sarei riuscito a resistere ancora a lungo. Non avevo ricordo del mio primo viaggio in quelle terre e quindi non sapevo cosa mi aspettasse, avevo così deciso di cercare di stare sveglio finché non fossi arrivato a destinazione, ma il torpore prese il sopravvento e mi addormentai... Il destriero che avevo recuperato ad Imladris continuò a correre senza mai fermarsi come se sapesse quanto era importante per me giungere ad Est... Non so quanto dormii, ma appena mi risvegliai ebbi un sussulto; davanti a me, all'orizzonte, riuscivo a vedere i grandi monti orientali... Ero quasi a casa o, almeno, a quella che credevo fosse la mia casa... La vista di quelle montagne (e il periodo di riposo) mi rinvigorirono tanto che incitai il cavallo a correre più svelto... Lui accelerò il passo, ma sentii che era stanco... Purtroppo non era tempo di fermarsi e riposare, non adesso che eravamo così vicini alla meta... Decisi allora di usare le mie arti magiche per rinvigorirlo... Nonostante tutto il cavallo non demorse e mentre il sole stava per tramontare giunsi ai piedi della collina che segnava la fine dei monti e l'unica entrata per la valle... Decisi che per quel giorno era abbastanza; era tempo per il cavallo di riposarsi. Anch'io cercai di dormire, ma la mia eccitazione non mi permise di farlo... Aspettai che la notte passasse e poi mi arrampicai verso la cima del colle. Il vento dell'Est mi passava fra i capelli, mentre dall'orizzonte appariva finalmente il sole. "L'Alba" pensai, e volsi lo sguardo verso la vasta pianura... Una sensazione di sgomento mi pervase. Là, dove un tempo si stagliava imponente Minas Amrûn, ora c'erano solo macerie, macerie di una battaglia di cui solo ora vedevo la fine...

La mia avventura però inizia molto tempo prima. Il mio nome è Luharion, e questa parte della mia storia inizia dal mondo di Silmaril, nelle terre intorno Midgaard. Giunsi in queste lande fantastiche molti anni fa quando, vagando per la Terra di Mezzo, incappai in un vortice dimensionale che mi fece fare il grande salto. Avevo cominciato a vagabondare per le terre di Arda molto tempo prima, partendo da Imladris, dove ero rimasto a lungo convalescenza e in piena amnesia. Nessuno sapeva, o si ricordava, come fossi giunto nella città di Elrond, tanto che pensavano fossi un Elfo della città e questo fu anche ciò che mi dissero al risveglio. Restai a Imladris per svariati anni, ma la città era pressoché vuota. Parlavano di una grande battaglia a Sud, ma il fatto che avessero lasciato la città incustodita mi turbava, tanto che decisi, all'ombra di tutti, di creare una piccola compagnia che si occupasse della sua difesa: i "Ranger di Rivendell". Poi la guerra finì senza che noi ranger fossimo costretti a sfoderare le armi. Caduto quel pericolo la compagnia non aveva più motivo di esistere e in breve tempo venne sciolta. A quel tempo, quando lasciai le dolci mura di Gran Burrone, ero ormai certo di essere un Elfo della città, e continuai a pensarlo fino quel giorno. Era un giorno passato come tanti altri, tra esplorare le varie zone e combattere le creature del male. Ormai sera, stanco, mi diressi verso il Tempio, dove trovai alcuni dei miei amici con cui cominciai ad intrattenermi. Discutevo con Araglar e Ghaldwyr quando, all'improvviso, un malore mi colse... Caddi svenuto e cominciai ad avere convulsioni e a delirare (così almeno mi dissero) tanto che fu chiamato perfino il saggio Krandal per vedere cosa mi stesse succedendo; fortunatamente le sue cure mi riportarono alla realtà, ma non ero più lo stesso: nella mia mente i ricordi cominciavano ad affiorare ed apparivano le prime nitide immagini di Minas Amrûn, della città di Amrûnloth e di mio padre e una grande ferita mi si era aperta sul petto e non accennava a smettere di sanguinare. Ancora una volta Krandal mi fu di grande aiuto curando quell'apertura che sembrò, in un primo momento, chiudersi perfettamente. Sembrava tutto passato ma era solo l'inizio. Stavo discutendo coi presenti sugli strani ricordi che mi erano apparsi, quando la ferità si riaprì, più grande di prima e nuovamente caddi in quello stato comatoso e fu allora che ebbi la visione e giunsi in contatto con mio padre. "Caranfinn - mi disse - finalmente riesco a parlare con te" "Chi sei? - gli chiesi - Cosa mi stai facendo?" Il suo sguardo si fece serio, prese fiato e mi confidò che lui era Re Elviond, re di un regno elfico, un regno che si trovava al di là del deserto, nelle terre dell'alba. Non potevo credere a quel che sentivo e pensavo seriamente che fosse tutto frutto della mia immaginazione, ma il suo tono fermo e la sua abilità retorica mi fecero presto cambiare idea. Raccontò la storia della mia gente, elfi di un'antica stirpe che erano stati scacciati dalla loro comunità in partenza per terre lontane, e di come raggiunsero le terre orientali. Descrisse la costruzione di Minas Amrûn e di come intorno ad essa nacque una stupenda città circondata da bianche mura, e di come era stato creato il loro regno, il suo regno ed ora il mio regno. Elviond esaltò la bellezza delle terre dell'alba, e della nostra patria. Più ascoltavo le sue parole e più ero convinto che fosse tutto vero. Mi narrò quindi di come aveva regnato giustamente e di come Amrûnloth divenne un rifugio per tutti gli elfi. Parlò delle sue grandi battaglie contro gli orchi, i mostri e gli uomini malvagi che infestavano le terre limitrofe. Ed infine mi descrisse la fine di quel regno. "Un giorno - disse - vennero degli ambasciatori dalle Terre Occidentali, raccontandomi che tutti gli Elfi si stavano riunendo per muovere battaglia contro l'ultimo dei servitori del male e che la stessa comunità che un tempo ci aveva scacciato ora veniva a chiedere il nostro aiuto. Non so come vennero a conoscenza del nostro regno, so solo che le loro parole mi convinsero e attraversai il deserto con gran parte del nostro esercito." Continuavo ad ascoltarlo attento e avevo la sensazione che, proseguendo col racconto, i suoi occhi diventassero sempre più lustri, come se stesse per piangere, ma la sua voce mantenne sempre lo stesso tono calmo e sicuro. "Sapevo che molto probabilmente non sarei mai tornato da quel viaggio - ed alzò lo sguardo verso di me confermando quello che pensavo - e decisi di lasciare il regno in mano a mio figlio, il mio secondogenito, nonché tu..." Ebbi quasi un sussulto, non potevo credere di essere figlio di un re, erede di un grande reame elfico di cui ignoravo completamente l'esistenza. Ero completamente intontito da quei pensieri ed ero sul punto di tempestare il mio interlocutore con mille domande, ma lui ricominciò a parlare. "Dovevo lasciare il regno a te perché tuo fratello aveva deciso di intraprendere il viaggio al mio fianco. Fu così che il giorno seguente alla dipartita degli ambasciatori tu fosti incoronato re di Amrûn. Una parte dell'esercito rimase nella città, ma la gran parte seguì me e tuo fratello oltre il deserto. Nessuno avrebbe mai più fatto ritorno. - e qui la sua voce perse un po' di quel tono quieto e sicuro - Intanto tu continuavi a governare ignaro di quello che ci stava succedendo, poiché altri problemi infestavano la tua mente; pensieri di guerra. Ti ricordi cosa accadde in quei giorni?" Ora la mia mente sembrava molto più lucida, mi sembrava di ricordare tutto, eppure la nebbia nei miei ricordi non era del tutto sparita. Sapevo che quella era la mia unica possibilità di dissolverla completamente e così scossi la testa, sperando che Elviond potesse descrivermi ciò che realmente successe. Lui mi guardò, poco convinto del mio gesto, ma in ogni modo prese fiato e cominciò a raccontare. "Pochi giorni passarono dalla mia partenza quando ai bianchi cancelli di Amrûnloth si presentò quella ragazza. Era bella, ricordi, di una bellezza quasi mistica, e chiedeva di te... - ed ecco fra i miei ricordi riaffiorare quel volto, un volto che molto tempo prima avevo cercato di dimenticare - Fu accompagnata fin nella stanza del trono, dove tu ed il fedele Issmar eravate chiusi a discutere delle faccende del regno. Una guardia fece capolino nella stanza, ma prima che aprisse bocca un enorme boato devastò gli ampi portoni che la isolavano, scaraventandoli nel mezzo della sala. Lei, con le mani ancora fumanti, si avvicinò a te, ti guardò e ti disse con gli occhi pieni di rabbia di chiamarsi Naanta e di volere portarti alla rovina. E così com'era giunta se ne andò, senza lasciare traccia." Ormai tutti i miei ricordi erano tornati dolorosamente alla luce e penso che anche Elviond se ne accorse tanto che smise di raccontare di quei tristi momenti. "È giunto il momento - mi disse - che ti lasci tornare alla tua realtà." E così dicendo mi ritrovai nel Tempio sudato e circondato da tutti i miei amici che sembravano seriamente turbati. Mi raccontarono che ero stato nuovamente preda di convulsioni e che più di una volta erano stati propensi a pensare che ero ormai spacciato. Mi sentii felice di essere ritornato sano e salvo in quel mondo e di essere circondato da tanti amici che si erano presi cura di me. Mi sedetti tranquillo e decisi di raccontare tutto ai presenti. Quando finì molti erano increduli ed alcuni scettici, ma la mia avventura era solo all'inizio. Fu in quel momento che decisi di partire alla ricerca dei territori di Amrûn.

Poche ore dopo mi ritrovavo sul prato da croquet in compagnia del fido Arial, il mio falco. Quel prato è uno dei luoghi più tranquilli nel circondario di Midgaard e di solito è lì che vado a dormire. Ma quella sera non c'era verso di riuscire a addormentarsi. Nella mia mente continuava ad apparire quel volto, quella ragazza. Ora me la ricordavo come se l'avessi appena vista eppure era passato un tempo immemorabile. Ricordavo ogni suo particolare: i lunghi capelli marroni, i profondi occhi verdi, il suo corpo sinuoso. Quando la vidi per la prima volta ero disteso sul pavimento atteritto dall'impressionante esplosione che aveva causato. Ricordo che mi si avvicinò con passo sicuro e si fermò poco distante da me. Mi sentivo piccolissimo di fronte a lei che mi sovrastava, respirando affannosamente. I lunghi capelli ricadevano sulle spalle e sul petto, i suoi stupendi occhi verdi erano intrisi di odio eppure mantenevano una smisurata dolcezza. Quando la sua rosea e delicata bocca si aprì, la voce musicale mi rapì e in un primo momento neanche mi accorsi che quelle che pronunciava erano parole di ghiaccio che mi colpivano come lame... Non so che strano effetto mi avesse fatto quella ragazza, so solo che da lei non mi sarei mai aspettato parole del genere. Non potevo credere che un essere così bello fosse capace di fare del male, la sola idea mi appariva assurda. Eppure le sue parole erano chiare e intrise d'odio. Dopo che se ne fu andata rimasi sul pavimento ancora alcuni minuti, prima che Issmar mi aiutasse ad alzarmi. Ero completamente stordito. Mi chiese se andava tutto bene, io gli risposi con un cenno del capo, prima di congedarmi. Corsi più in fretta che potei attraverso gli ampi corridoi del palazzo verso Minas Amrûn. Gli arazzi ricamati d'oro e i vari quadri dei miei antenati appesi ai muri mi passavano di fianco velocemente, come il paesaggio al di là delle ampie vetrate. Giunsi alla base della torre, salii a grandi passi gli alti e bianchi scalini e non appena fui in cima guardai verso la via principale e la vidi. Camminava sicura di sé al centro della strada, con la gente che si spostava lasciandola passare, guardandola con occhi increduli o adirati. Lei sembrava non accorgersene minimamente. La seguii con lo sguardo fino ai cancelli orientali, oltre i quali sparì. Non so quale strana forza mi spinse, ma decisi di rincorrerla. Scesi celermente dalla torre e corsi alla sua ricerca. Non appena passai i cancelli e giunsi nella sterminata pianura, mi guardai in giro e la vidi allontanarsi. La raggiunsi in poco tempo. Mi fermai dinnanzi a lei, mi guardò e l'ultima cosa che vidi furono le sue mani circondate da aloni infuocati. Mi risvegliai tre giorni dopo nella mia camera. Grida di guerra arrivavano dall'esterno. Mi buttai giù dal letto, presi la mia spada Rillach, e mi affacciai alla finestra. Quello che vedevo era un incubo. Alle mura di Amrûnloth c'erano così tanti orchi, uomini e creature del male che mai ne vidi e ne vedrò mai; e là, proprio nel centro della mischia, c'era lei, contornata da un'aura infuocata che brandiva un bastone color del sangue. Da quel momento agii istintivamente, come mosso da qualche strana forza, quasi senza accorgermene. Indossai l'armatura, scesi nella Piazza d'Armi dove Issmar e tutti i Cavalieri di Amrûn mi aspettavano. Salii sul mio cavallo, feci pochi passi quindi mi girai, li guardai e gridai: "Per Amrûn! A la Pugna, a la Pugna!" I Cavalieri eccitati e spronati dalle mie parole si misero in sella e spronarono i loro destrieri. Giungemmo dinnanzi ai grandi cancelli orientali. Ordinai di aprirli mentre dall'alto gli arcieri cercavano di impedire ai nemici di avvicinarcisi. Non appena i cancelli furono aperti i corni di Amrûnloth risuonarono per tutta la città e i Cavalieri fecero impeto sulle prime linee nemiche che caddero inermi, mentre gli arcieri dall'alto delle mura facevano pulizia dei superstiti. Mai i Cavalieri avevano fallito quando erano entrati in campo e così sarebbe stato anche quella volta, se non ci fosse stata lei. Le creature del male cadevano impotenti sotto la nostra potenza e per centinaia di metri i cavalieri corsero incontrastati, ma quando ci avvicinammo a lei accadde l'imprevedibile. Mosse il bastone con veemenza e da esso uscirono ampie e distruttive lingue di fuoco che mieterono molte vittime fra i miei compagni. Non potevo accettare un simile affronto al regno di Amrûn e così girai il mio cavallo, lasciai la lancia e mi gettai su di lei. Ero mosso da fervore, rabbia e odio. Mi buttai su di lei sfoderando Rillach e liberandone la potenza. Il lampo uscì crepitando. Il bastone sanguigno cadde per terra con un rumore sordo. Fu allora che i miei occhi si posarono sulla mano di lei ben stretta al mio braccio. La fissai negli occhi che ora erano diventati di un verde ancora più splendente e meraviglioso. Poi aprì la bocca e quello che ne uscì furono veramente lame ghiacciate che mi colpirono a morte. Di quel che successe dopo mi ricordo poco. Rammento che fui raccolto da cinque cavalieri che mi portarono via da quell'inferno. L'ultima immagine che vidi prima di svenire fu Minas Amrûn all'orizzonte, in fiamme. Quando mi risvegliai mi ritrovai ad Imladris, ignaro di cosa fosse accaduto. Fu lì che la mia avventura nell'Est finì e decisi che da lì sarebbe ripartita.

Tornai alla base della collina e ripresi il mio cavallo; lo sellai e mi preparai all'ultima tappa del viaggio: l'arrivo ad Amrûnloth. Cavalcai intorno alla base del colle finché non mi si aprì davanti la grande pianura. Fermai il mio cavallo un'ultima volta per guardare l'ampia distesa erbosa alla luce dell'alba; poi lo incitai alla corsa e cominciai a prendere velocità puntando sempre le bianche mura della città ormai distrutta. Il vento mi soffiava fra i capelli intanto che grosse lacrime mi scendevano dagli occhi. Lacrime dovute alla velocità, alla gioia di essere finalmente giunto in quei territori e alla tristezza dei ricordi legati a quella pianura.


Continuavo a cavalcare a tutta velocità su quell'erba verde e piena di rugiada e sentivo che avrei potuto continuare così per un tempo interminabile, ma il sole ormai aveva percorso più della metà del cielo e quelle che una volta erano le bianche mura di Amrûnloth parevano ancora ben lontane. Continuai a lungo, ma quando il sole scomparve dietro le montagne orientali decisi di fermarmi. Fermarmi in mezzo a quella pianura non mi sembrava una scelta felice, ma ancora meno lo era correre al buio in mezzo a quelle terre con la possibilità di essere assaliti da Orchetti, Esterling o, ancora peggio, da qualche altre creatura del male. Nella pianura non c'era neanche un sasso dietro cui nascondersi e, benché riluttante, fui costretto a mettere l'accampamento nel mezzo del nulla più assoluto. Mangiai qualcosa controvoglia e, assalito da mille pensieri, decisi di dormire un po'. Ma nella notte i pensieri non terminarono...

"Al di là dell'ampia finestra del palazzo la grande verde pianura è piena di Orchetti, Esterling e chissà quale altro servitore di Melkor, eppure là in mezzo c'è qualcuno che conosco. Oh no! Non può essere lei! Ma come è possibile?!"
Questi sono i pensieri di Luharion Caranfinn, Primo Cavaliere di Amrûn, mentre davanti a lui le candide mura vengono assalite da una moltitudine di nere figure. I suoi movimenti sono rapidi, prende i pezzi della sua armatura, li indossa e quindi si dirige al fianco del letto dove poco prima era seduto e impugna la sua spada Rillach. La tiene con due mani, poi automaticamente la destra si posa sull'elsa e la sfodera un poco. Una luce accecante. Caldo sul viso...


"Ma cosa diavolo...?" Questo pensavo mentre aprivo gli occhi, ma il pensiero fu interrotto dalla vista di quei soldati, armati di tutto punto, che illuminavano la mia umile tenda con una torcia. Erano tre, alti e i loro capelli brillavano al riflesso delle torce. I loro visi erano dai lineamenti dolci e le loro armature risplendevano come l'alba. Cominciavo allora a capire, ma non potei dire niente che mi colpirono e caddi stordito.

La spada era ormai legata al suo fianco, mentre il giovane Cavaliere scendeva a gran velocità le scale del bianco edificio. Alla fine delle scale si aprivano, subito alla sinistra, le ampie stalle dei Cavalieri e il suo fido destriero era lì che lo aspettava, al contrario di lui, tranquillo. Sarebbe stata la sua prima cavalcata al fianco degli altri. Salì in fretta sul cavallo e lo spinse correndo alla piazza centrale, dove gli altri lo attendevano. Erano tutti in attesa. Il Maestro di Palazzo sembrava fremente e ne aveva tutte le ragioni. Nessuno avrebbe mai saputo quanto ancora avrebbero resistito le difese del Fiore dell'Alba. Fu in quel momento che, adorno della sua aurea armatura, scese dall'Albatorre il re e salì sul suo cavallo. Uno sguardo veloce ai cavalieri e il suo grido: "Per Amrûn! A la Pugna, a la Pugna!" Quindi i corni di Amrûnloth squillarono per tutta la pianura orientale, i cancelli furono aperti e la grande orda dei cavalieri fece impeto contro le enormi schiere nemiche. Veloci passano ai suoi fianchi gli ultimi palazzi, gli ampi cancelli e le grandi orde. Poi l'incontro con lei e da lì niente.

Mi svegliai di soprassalto e alquanto stordito. Cosa mai volevano dire quei sogni? Il mal di testa cominciava a farsi sentire, anche a causa della precedente botta. Gli occhi ci misero un po' ad abituarsi alla fioca luce che mi circondava, prima di mostrarmi dove fossi: in una cella. Eppure quei posti mi sembravano familiari, come se vi fossi stato in altre occasioni, anche se dall'altra parte delle sbarre. Gli ultimi ricordi affioravano ora nitidi e contradditori alle sagge e convincenti parole di Elviond. E poi lui comparve davanti a me in tutta la sua maestosità e indossando abiti regali. Eppure era lui: Elviond Awarthannen, ultimo re di Amrûn.
"Caranfinn! Finalmente posso parlarti a quattr'occhi! Anche se queste parole, sono sicuro, ti suoneranno familiari!" La sua voce era calma e tranquilla, del tutto simile a quella della visione. I lineamenti erano però più duri, segni di una certa vecchiaia. "Perché mi hai mentito?" furono le uniche parole che riuscii a dire, confuso come non mai. Mi guardò dall'alto in basso e poi sorrise. Si volse all'Elfo al suo fianco che aprì la porta e mi aiutò ad alzarmi. Nessuno disse più nulla finché non fummo lasciati soli, dopo aver percorso tutto il percorso fino alla sala reale. Mi fece sedere su una sontuosa sedia al suo fianco e quindi si sedette sull'ampio trono di pietra e avorio, mi guardò sorridendo e infine, sospirando, disse: "Ho dovuto mentirti per spingerti a fare questo lungo ed estenuante viaggio. E poi quello che ti ho raccontato non è del tutto falso. Tu sei, infatti, il figlio del re, ma non di questo re!" I discorsi si facevano sempre più difficili, ma fortunatamente Elviond continuò senza che fossi costretto a fare altre domande. "Un tempo, prima della grande guerra, Amrûn era una città multietnica. Uomini, Elfi, Mezz'uomini e Nani vivevano in completa armonia gli uni con gli altri. La città fu fondata dagli Elfi di stirpe Noldor che giunsero qui molti anni addietro e ben presto vi si trasferirono tutti gli autoctoni che prima di allora vivevano in piccoli villaggi. Ognuna di queste stirpi aveva un proprio re e gli Elfi, coscienziosi, decisero di accettare questi re e di unirli al loro nel governo della città. Gli Elfi erano molto più numerosi di tutti gi appartenenti alle altre razze, ma mai pensarono di sottometterli. Amrûnloth divenne così la Città dei Quattro Re. Questi governarono concordi e in armonia a lungo, finché il re degli uomini oltrepassò la linea di confine. - e qui la sua voce si fece più seria - Aldawine, figlio di Eriol, dichiarò il suo amore per un'Elfa: Anthulie, figlia del re degli Elfi. La notizia fu presa con gioia da tutte le stirpi che parteciparono liete al grande evento. La felicità fu grande e durò a lungo. I due ebbero anche un figlio che crebbe apprendendo tutte le arti delle due stirpi. Ma, come destino di tutti i Mezz'Elfi, gli venne chiesto di decidere a quale delle due stirpi appartenere. Egli era molto legato alla cultura degli Edain, ma da sempre aveva mostrato un attaccamento maggiore alla stirpe elfica e così decise, in accordo con i genitori, quella strada. La maggior parte degli appartenenti alle stirpi accettò con piacere questa scelta anche se avrebbe portato, alla morte di Aldawine, un Elfo a capo della fazione Umana e la fine della rappresentanza degli Edain, perché ormai vivevano tutti in completa armonia. Questa situazione spinse anche le stirpi di Nani e Mezz'uomini a dichiarare che anche loro non avrebbero più eletto dei re, lasciando così il governo agli Elfi. Purtroppo molti uomini, invidiosi degli Elfi, non accettarono questa decisione e si ribellarono alla decisione del Mezz'Elfo, i cui capelli si colorarono di rosso dopo che il padre fece uccidere a sangue freddo alcuni dei rivoltosi. I restanti contrari lasciarono Amrûnloth di nascosto e si avviarono ad Ovest per creare una nuova città degli Uomini al di là dei Monti Orientali." Elviond si fermò per riprendere fiato e mi guardò dritto negli occhi. Se già prima ero confuso da quei discorsi ora ero completamente sbalordito. Non ci era voluto molto per capire che quel Mezz'Elfo ero io, ma la maggior parte dei miei dubbi era ancora senza risposta ed Elviond parve nuovamente accorgersene, tanto che ricominciò a parlare. "Tempo dopo giunse notizia che un esercito di Uomini e Orchetti si stava avvicinando velocemente. Aldawine intuì subito che si trattava di quegli stessi esiliati che ritornavano per riprendersi ciò che gli era stato tolto. Prese la fanteria e la cavalleria degli Uomini e si diresse contro al nemico. Solo pochi cavalieri tornarono e Aldawine non fu mai più visto, né il suo corpo ritrovato. Da quel giorno tu restasti sotto la mia custodia e diventasti uno dei Cavalieri degli Uomini aggregati alla cavalleria elfica. Il pericolo per Amrûn ormai si era fatto grande, Hobbit e Nani non vollero più rimanere nelle terre dell'Est e le abbandonarono: i primi per raggiungere l'Ovest e i secondi per rintanarsi nelle Montagne. Gli eserciti nemici tornarono anni dopo rinforzati e più numerosi. Gli Elfi li affrontarono valorosi, ma Amrûnloth era ormai destinata a cadere e così accadde. Minas Amrûn fu rasa al suolo e la maggior parte dei soldati cadde sul campo. Pochi ne rimasero e si ritirarono sulle montagne per poi tornare quarant'anni dopo fra le bianche mura e ricostruire un piccolo borgo sulle maceri della grande città. Fu in quel tempo che le orde nemiche mossero verso Ovest e non tornarono mai più..." Questo spiegava la maggior parte dei miei dubbi e i miei ricordi non erano quasì più confusi, tanto che le false informazioni datemi in visione erano ormai dimenticate. Solo una grande domanda rimaneva senza risposta. Guardai Elviond e pensai che avesse già capito cosa stessi per chiedergli, ma questa volta aspettò che gli rivolgessi la domanda. "Chi è lei, allora?" Sospirò nuovamente, il suo viso si fece più scuro e la sua voce ancora più seria. "Anthulie. - e mi guardò, quasi con fare accusatorio - Dopo la morte di tuo padre non fu più la stessa. Un giorno scappò da Amrûnloth e se ne andò a sud. La rividi anni dopo, il giorno prima della battaglia, che mi intimava di lasciare il trono agli uomini. La decisione mi fu difficile ma le dissi di no. Il giorno dopo guidava l'esercito del male contro di noi. Mi giunse notizia che aveva fatto visita anche a te e ti aveva minacciato di morte. Fu questo che mi spinse a ingaggiare guerra." Ancora una volta sospirò e mi guardò. Questa volta il suo sguardo era più amichevole, ma coperto da un velo di tristezza. Anche i miei occhi ormai erano lucidi. Ero sul punto di piangere quando nella stanza entrò un giovane Elfo imponenti con capelli color dell'oro. Fece un piccolo inchino e ci si avvicinò. Elviond si alzò e, quando gli fu vicino, lo abbracciò. Poi i due guardarono verso di me che mi ero alzato dalla sedia. "Lui è Melad, - disse Elviond - mio figlio." Un piccolo inchino e una stretta di mano, poi il giovane principe mi guardò e disse, con un velo di nostalgia: "Ha gli stessi occhi di Anthulie." Poi guardò nuovamente il padre e disse: "È ora." Elviond si avvicinò a me, mi abbracciò come fece anni prima, quando mi accettò come figlio adottivo, e se ne andò. Guardai Melad sbalordito, ma lui non disse niente e mi afferrò per il braccio accompagnandomi verso l'uscita della sala. Mentre uscivo sentii il re dire, rivolto a me e al figlio, parole nell'alta lingua Noldor che allora non riuscii a capire. Melad mi accompagnò in silenzio fino alle stalle. La strada era familiare, come la maggior parte di quei luoghi che passavo controvoglia, ma la sua stretta era forte e contrastava il mio desiderio di restare per chiedere risposte alle mie molte domande. Aspettò che montassi a cavallo poi parlò: "Mi ha fatto piacere rivederti Luharion. Spero che tornerai qualche volta qui, in mezzo a noi. In mezzo alla tua gente. Mi dispiace che tu parta, ma se non andrai adesso è probabile che non te ne andrai più." Il cielo si stava facendo scuro e Melad guardò verso Est, poi riprese. "Si dice che chi vede per due volte sorgere il sole dal mare non può più abbandonare questo luogo. Penso che, in fondo, sia vero. Fai buon viaggio." Quindi mi guardò dritto negli occhi e, nell'alta lingua Noldor, mi disse parole di congedo e se ne andò. Ora capivo perché mi portarono lì quasi a notte inoltrata. Piuttosto riluttante guardai Melad che se ne andava e gli sorrisi, spronai il cavallo e attraversai i ruderi della città. Gli ampi cancelli si aprirono al mio passaggio e dopo aver galoppato a lungo, mi voltai e, sul bianco palazzo, vidi sventolare la grande bandiera bianca col sole che sorge sulla foglia di edera: il simbolo del reame di Amrûn.
Cavalcai giorni e notti, oltrepassai il mare di Rûn, Boscoatro, le Montagne Grigie e giunsi a Imladris. Lì mi fermai e quella sera, nelle bisacce del mio cavallo trovai due sorprese. La bandiera di Amrûn era piegata intorno ad una spada.
La presi con due mani, poi il movimento fu come automatico e la destra si posò sull'elsa e la sfoderò un poco.
Sulla lama lucente stava scritto: Rillach, hathol valch.

(Fine)


Tornai altre volte nei mesi seguenti in quelle terre. Ormai ero tanto abituato a percorrere quelle lande desolate che il periodo di viaggio durava meno di un mese. Purtroppo potevo restare solo un giorno perché, pur avendone voglia, non potevo permettermi di restare ad Amrûnloth. Troppe cose mi restavano da fare nelle terre di Silmaril. L'ultima volta che lasciai la Biancacittà Elviond stesso mi accompagnò al cavallo, dopo avermi raccontato altre storie della mia e della sua gente. Tante cose mi erano tornate alla mente e molte altre mi furono insegnate. Quella sera gli promisi che sarei tornato l'anno dopo e che sarei rimasto più a lungo, a rischio di dover abbandonare le terre di Silmaril. Lui mi sorrise e disse: "Molte leggende nelle terre degli Elfi si rivelano vere, ma sono tutte soggiogate dalla forza di volontà dell'individuo. Awarthannen, l'Abbandonato, presi questo nome dopo che Anthuile lasciò Amrûn. E lei ne aveva viste molte di albe eppure questo non le impedì di andarsene. Mi piacerebbe averti qui per sempre, ma niente può portarti via dalla persona che ami. Va, e salutala da parte mia." Mesi erano passati senza che la vedessi e mai ne avevo parlato al re, eppure lui sapeva di lei che mi aspettava al varco delle realtà...

Cavalcai nuovamente verso Ovest e nuovamente giunsi ad Imladris. Non mi erano stati fatti altri doni, se non delle provviste, fino a quel giorno. Nuovamente trovai nelle bisacce un oggetto che non mi sarei mai aspettato. Un anello d'argento, con incisioni di cuori tenute insieme da rami spinosi. Nei miei ricordi sapevo bene a chi fosse appartenuto e, in un certo senso, aveva ora fatto ritorno al suo legittimo propietario. Pensai una sola cosa in quel momento: Namarie...



BACK