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Genesi


Vi era un elfo, molto tempo fa, il cui sogno era quello di trovare o edificare un luogo in cui far vivere e prosperare il proprio popolo. Gli anni passavano, come foglie che inesorabilmente cadono da un albero, ma egli, pur avendo esplorato tutte le terre conosciute nei suoi lunghi viaggi, non aveva trovato quello che il suo cuore desiderava. Gli elfi non mancavano in quelle contrade, beninteso, ma si trattava di elfi ormai integrati con gli uomini e divenuti assai simili ad essi, oppure di nomadi che trovavano ricetto nei boschi ma che non avevano una fissa dimora. In una verde vallata esisteva anche una nutrita comunita', ma quegli elfi si erano inselvatichiti, isolandosi dal resto del mondo, divenendo ostili anche con quelli della loro stessa razza. Ad ogni modo, era chiara la situazione di disagio e pareva che gli elfi fossero destinati a declinare e perdere molto del loro antico splendore, che gia' a quei tempi era notevolmente diminuito.

Ma nonostante le delusioni e le amerezze, l'elfo di cui parlavamo, il cui nome e' Arsil, chiamato anche Elroquen e con molti altri nomi, non si era mai dato per vinto e sempre andava cercando quella terra che nella sua mente sarebbe dovuta essere la patria della sua gente. E un giorno il suo zelo fu premiato.

Passeggiando in compagnia di Luharion, amico sincero che condivideva il suo stesso proposito, gli parve di udire una melodia; incuriositi e commossi, i due volsero i loro passi in direzione del bosco da cui sembravano provenire le note, un bosco che non avevano mai veduto o a cui non avevano mai fatto caso, ma che sovente era apparso come visione nei loro elfici sogni. Si trattava invero di una maestosa foresta che cingeva e celava un colle, ed un fiume scendeva dalle vicine montagne attraversandola gorgogliando in un modo che si potrebbe quasi definire musicale. In cima al colle sorgeva una citta' dalle candide mura, e le luci, i canti e le grida di bambini che ne scaturivano empivano quella terra di una tale gioia e di una tale benedizione che il cuore poteva a stento contenere.

Ed ecco che essi condussero Elfi e Mezzelfi in quella regione che chiamarono Eldamar, Patria degli Elfi, ed alla citta' che portava quello stesso nome, insieme a molti altri nomi. Si dice che Arsil, vedendo la gioia del suo popolo, fu lieto, pur avvedendosi che non tutti gli elfi gli rassomigliavano quanto ad indole e propensioni.

E si dice anche che, nonostante la felicita' per la conclusione delle sue gioiose fatiche, strani pensieri, che mai prima lo avevano sfiorato, affiorarono nella sua mente ed egli, dritto e fiero di fronte ai cancelli della citta', pronuncio' con tono solenne le seguenti parole nell'antica lingua:

Eldamar ná vanya.
Írima ná laurëataur.
Nan úye sére indo-ninya símen, ullume.


Eldamar e' leggiadra.
Incantevole e' il Bosco d'Oro.
Ma il mio cuore non riposera' qui per sempre.


Tali parole a lungo non furono comprese e solo piu' tardi vennero spiegate dai saggi: ben sapendo di non avere il diritto di reclamare per se' stesso la sovranita' su tutti gli elfi, ne' di cambiare lo stile di vita della citta' che ebbe solo il merito o la fortuna di trovare, egli avrebbe abbandonato quella terra tanto desiderata affinche' gli elfi potessero abitarla e vivere come meglio credevano; ma dopo aver preso questa decisione, meno' seco coloro che lo amavano e che erano di mente simile alla sua, affinche' potessero costituire un regno loro, in pace con Eldamar ma distinto, ove la gloria e la bellezza del mondo antico sarebbero state rinnovate e preservate negli anni a venire.

Allora, recatosi nel posto ritenuto piu' adatto alla bisogna, con l'aiuto di Luharion, Arabeth, Randae e altri amici fidati, comincio' un lungo e segreto lavoro, e cosi', pietra su pietra, mattone su mattone, venne costruita, assecondando i canoni dell'architettura elfica, una grande torre che in seguito prese il nome di Mindon Quendiva. E ai suoi piedi Arsil pianto' di sua mano semi di piante e fiori; li curo', ne osservo' amorevolmente la crescita' e infine, quando gli alberi divennero alti e forti, e con la primavera spuntarono i primi bocciuoli, fu assai contento e disse:

Sinome maruvan tenn' ambar-metta.

Sara' questa la mia dimora sino alla fine del mondo.



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